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Rengarda

Giovanni Cima un secondo matrimonio lo contrasse il 22 gennaio del 1404 con Rengarda di Niccolò Filippo Brancaleoni signore di Casteldurante. Queste nozze furono solennizzate in Cingoli con grandi feste, alle quali presero parte i rappresentanti dei Comuni, e quasi tutti i baroni della provincia. Donna senza pietà e di sfrenata ambizione, si rese rea di atroci delitti, se è vero che affrettò la morte al marito ed ai figli. Appena restata vedova e reggente dello stato, fu richiesta in moglie da Antonio di Onofrio Smeducci vicario di Sanseverino per uno dei figli suoi, ed ella lo tenne a bada finacchè non si sentì forte abbastanza per potergli resistere se si fosse dichiarato nemico; ma assicuratasi dell'assistenza di Braccio Fortebracci, gli rispose con un rifiuto, e si unì invece ad Anselmo di Ranieri Montemellini da Perugia cugino di Braccio, mentre ad altri due della stessa agnazione promesse le figlie sue. Morti i figli nel 1423, usurpò col marito l'assoluto dominio, valendosi all'uopo delle milizie braccesche che avea segretamente introdotte nella città, guidate da Giacomo degli Arcipreti: temendo essa non tanto dei cingolani quanto di Biagio Smeducci marito di Elisabetta Cima, il quale assistito dal vicario di Sanseverino poteva accampare dei diritti se non alla signoria, alla tutela almeno della figlia primogenita del defunto Giovanni. Quello che essa temeva si avverò non appena Braccio ebbe richiamate le truppe, che gli erano necessarie per altre imprese, avvegnachè i cingolani si sollevarono, e poi assediarono l'odiata donna che si era rifuggita nella fortezza. Vi resistè per alcun tempo, sperando che sarebbe stata soccorsa, ma venuto il settembre del 1424, vedendo inutile ogni ulteriore aspettativa per la morte di Braccio, e che ogni giorno andavano peggiorando le sue condizioni, chiese alfine di capitolare, incaricando delle trattative a suo nome un tal da Perugia, quello che fu in Cingoli l'autore della famiglia Clavoni.

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